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(Itri, 7 aprile 1771)

(Napoli, 11 novembre 1806)

                  “Il colonnello Michele Pezza: un protagonista dell’insorgenza”

Relazione tenuta il 10 novembre 2006 al Convegno di studi da Pino Pecchia, presso il castello medioevale di ITRI, in occasione del 2° Centenario della morte di Michele Pezza (Frà Diavolo). 

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Convegno di studi nel 2°  Centenario della morte di Michele Pezza - itri

"Il colonnello Michele Pezza: un protagonista dell'insorgenza"

Relazione di Pino Pecchia

 

È un onore oggi ricordare la figura di Michele Pezza, noto come Frà Diavolo e ringrazio l'Amministrazione comunale di Itri per questa opportunità. 

Parlerò di Frà Diavolo e delle Insorgenze sulla base di ricerche e fonti attendibili. Un giudizio che non si discosta dal mio lavoro su Michele Pezza, dato alle stampe nel 2005, prodromo di questo avvenimento.

Per amore o per rancore, Michele Pezza, personaggio che trova riscontro ancora oggi tra i giovani del nostro mezzogiorno, viene proiettato alla fine del settecento in un contesto troppo grande per lui.

Pare impossibile che il modesto bastaio di Itri possa averne capito le conseguenze e la portata storica. Così come escludo che le iniziative alle quali ha dato vita siano scaturite da un precisa valutazione delle circostanze. Fu pura intuizione, invece, unita alla particolare attitudine al comando e al suo innato coraggio.

Gli archivi di Napoli sono ricchi di documenti, che raccolgono note delle attività militari e di polizia di quel tempo. In duecento anni nessuno è riuscito a dimostrare sue attività criminose nei due anni in cui latitò sugli Aurunci. Perché allora "Brigante"?

Era scritto che per questo duplice omicidio si sarebbe incontrato con la storia; anche per un colpo d'archibugio che uccise il generale francese Duphot. Strano destino quello di Michele Pezza. Tre morti ne condizioneranno la vita; la tradizione popolare, la musica e autori romantici lo proietteranno nella leggenda. Una figura ambigua, che sa poco di storia e tanto di fantasia.

L'insorgenza nel meridione d'Italia inizia alla fine del 1798.

Un anno prima lo Stato Pontificio era spiato da infiltrazioni di agenti francesi. Si legge in un rapporto inviato al Direttorio, che non più di 700 romani erano di fede giacobina; 65 disposti a scendere in campo contro i papalini.

Irreggimentato nel Messapia, in cambio di una pena certa se arrestato, Michele Pezza arriva alle porte di Roma con l'esercito borbonico: ... da basso Uffiziale, scriverà il Petromasi nel 1801. Dopo le prime vittoriose scaramucce, che consentirono a Ferdinando di entrare a Roma tra un tripudio di popolo, i sessantamila uomini del suo esercito, ben equipaggiati, finiranno per dissolversi sulle foci del Volturno: ... il più bell'esercito d'Europa, aveva esclamato l'austriaco Marck il quale non troverà manovre adeguate per far fronte all'offensiva dei francesi inferiori di numero.   

Si parlò di tradimenti.

Michele Pezza è sbandato; Ferdinando IV, persa Roma, s'imbarca alla volta di Palermo con la corte, lasciandosi alle spalle un proclama di dubbia datazione e un regno in balia delle soldataglie francesi e polacche.

Ha inizio l'Insorgenza nel basso Lazio.

Va in scena un dramma popolare disconosciuto dalla storiografia.

Dal Circeo in giù insorgono le popolazioni, con l'apporto di quasi tutte le classi sociali, pochi i simpatizzanti delle nuove idee; opportunisti che salgono sul carro dei possibili vincitori. 

Michele Pezza intuisce quello che sta avvenendo. Non era colto, ma non difettava d'intelligenza e lo dimostrerà. In poco tempo arruola migliaia di uomini, da Fondi al Garigliano, con il sostegno finanziario delle Università e di privati. Scrive così la prima pagina della sua epopea presso il fortino di Sant' Andrea.

Contadini, artigiani, benestanti finanche uomini di Chiesa formano l'ossatura di questo eterogeneo movimento spontaneo.

La massa lo segue ovunque, battendosi con coraggio e sciogliendosi nei momenti di relativa calma. Sono i metodi della guerriglia che nasce in quel momento e sarà perfezionata dagli spagnoli nel 1808 contro l'esercito napoleonico.

Fu Insorgenza, quella che avrebbe trovato spazio nella storiografia spagnola, spazio negato alla nostra.

Intanto il soprannome di Michele Pezza prende sempre più consistenza, corre di bocca in bocca, eccita il popolo che ingrossa le file della sua massa. 

Superate le gole di S. Andrea i francesi entrano a Itri. La furia devastatrice dei dragoni polacchi semina la morte, il paese è in fiamme, il tesoro del Santuario in parte rubato. Sessanta i morti, tra questi l'anziano Francesco Pezza, padre di Michele.

Ho cercato spesso di immaginare il dolore e il grido di vendetta mentre stringeva a sé il corpo del genitore.  Perché quella vendetta giurata prevarrà nella vita di Michele Pezza.

Il clero è stato sempre accusato di aver fomentato odio contro l'invasore; erano invece esortazioni che si levavano a difesa dei valori e delle tradizioni millenarie, patrimonio della nostra gente. Non furono smentite. I francesi dimostrarono il vero volto mettendo piede nella nostra terra. La nostra gente ebbe lo stesso trattamento della cristiana Vandea, là fratelli contro fratelli uccisi con crudeltà inaudita: 170.000 morti dal 1793 al 1796.  Scriveva il gen. Westermann al Comitato di Salute Pubblica:  Non vi è più Vandea, cittadini repubblicani. È morta sotto la nostra libera spada, con le sue donne ed i suoi bambini.  ... Secondo gli ordini che mi avete dato: ho schiacciato i bambini sotto gli zoccoli dei cavalli e massacrato le donne, così che, almeno quelle, non partoriranno più briganti. Non ho un [solo] prigioniero da rimproverarmi. Ho sterminato tutto.

Briganti furono definiti i francesi insorgenti di Vandea, perché si opposero alla

Repubblica e briganti chiamarono noi perché difendemmo i nostri beni, le tradizioni, gli affetti più cari.

Il generale Girardon, in un rapporto sulla rivolta scoppiata nella Repubblica romana nel '98 dilagata poi in Ciociaria e Terra di Lavoro, scrisse: È proprio la Vandea!

La nostra Insorgenza non ha avuto miglior sorte; 60.000 morti nei primi sei mesi del '99, i dati sono riportati nelle memorie del generale francese Thiébault. Rimane l'orgoglio dell'unico Stato a respingere l'Armata d'Italia con un esercito di volontari. Gli Insorgenti appunto! Smentendo i severi giudizi sulla mancanza d'orgoglio della gente del sud.

Oggi chi cerca di conoscere la verità, per l'enorme ingiustizia commessa dalla storiografia a danno del nostro passato, è tacciato di revisionismo. In un convegno tenutosi a Gaeta, il 25 settembre del 2001, Oscar Sanguinetti, Dirigente dell'Istituto storico delle Insorgenze, argomentava sulla necessità di un recupero di quegli anni: La canonizzazione di un'unica lettura, diceva, se è spiegabile con ragioni politiche, ha invece avuto una ricaduta sul piano storiografico… perché ha soppresso o alterato pagine essenziali della storia italiana.  

È necessaria, quindi, una rilettura critica da parte degli storici, relativa a quel periodo, oggi assente dagli strumenti didattici. Non mancano i documenti sottratti all'oblio degli archivi, da oscuri ma pazienti ricercatori, in questi 200 anni. È un aiuto al recupero della nostra memoria storica: indispensabile per uno sviluppo di conoscenza necessario a meglio progettare il nostro futuro. 

Mi chiedo allora se in questo contesto, possa io dar voce a Frà Diavolo senza riconoscere l'Insorgenza che lo ha generato. Questa rievocazione sarebbe non il recupero storico di un protagonista, da sempre considerato un brigante, ma puro campanilismo. Gli renderei un cattivo servigio. In uguale misura, nel ricordare Frà Diavolo ho il dovere di ammettere che il guerrigliero di Itri ha compiuto atti di crudeltà che risentono di quel tremendo giuramento che lo ha condizionato fino all'11 novembre del 1806.  

Gaeta fu teatro delle sue gesta. Un lungo assedio che gli costò un cospicuo patrimonio mai recuperato. Si vide negato dal re, d'accordo il Ruffo, l'onore di entrare nella Piazzaforte che lui aveva obbligato alla resa. Tutti riconoscono il valore dell'itrano, ma le gerarchie militari non gradiscono sedere al tavolo con un capo massa. Perché i francesi si rifiutarono di trattare la resa con lui? Non è difficile ipotizzare che il rifiuto sia connesso ad un atto di ferocia a loro danno. A chi gli chiedeva il motivo dell'ordine impartito di far appendere duecento soldati francesi nei macelli e agli alberi della città, Frà Diavolo rispose che quindici dei suoi uomini uccisi erano stati fatti a pezzi.

Gaeta espugnata, il Regno libero dai francesi, l'esercito della Santa Fede, delle truppe a massa e dei Lazzari insorti avevano riportato Ferdinando sul trono di Napoli. Aveva scritto Championnet dopo la conquista di Napoli, che i Lazzari, questi uomini meravigliosi … sono degli eroi. Cinque mesi di Repubblica, di angherie e soprusi patiti bastarono a cambiare quel popolo mite in belve che si scatenarono all'arrivo di Ruffo con ogni sorta di eccessi, furti e omicidi per sette giorni, vendicandosi per quanto subito.

La spedizione del Ruffo, il fenomeno più significativo dell'Insorgenza nel mezzogiorno d'Italia, e il sacrificio di migliaia di popolani è, purtroppo, taciuto.

Per volere di Ferdinando fu vietata la pubblicazione di qualsiasi opera che avresse fatto riferimento alla Repubblica e i suoi esiti.  

Nelson, "burattinaio" del Regno, revocò l'amnistia promessa da Ruffo a francesi e repubblicani, formando le Giunte di giustizia militari e civili con uomini di sua fiducia. La repressione mandò a morte centinaia di sostenitori della Repubblica. L'amnistia concessa dal Re, due anni dopo a 500 e più detenuti coinvolti, dimostrò che gli eccessi delle sanzioni comminate risentivano del condizionamento degli inglesi.

Ferdinando omaggiò i capi massa, per i servizi resi alla corona, tra cui Frà Diavolo, nominandolo colonnello. E lui si interessò per i meriti acquisiti, dei fratelli e di alcuni suoi uomini più valorosi e fu esaudito. Ruffo fu nominato Luogotenente Generale del Regno.

Gli storici trattano con disprezzo lui e l'esercito della Santa Fede, secondo una superata  vulgata, perché composta di ladroni, aristocratici reazionari e preti fanatici. Una voce, non sospetta, si levò in suo favore cento anni dopo, è quella di Francesco Saverio Nitti: Il cardinale Ruffo è stato descritto come un ribaldo, scriveva… Se Ruffo avesse compiuto la stessa impresa per scacciare i Borboni, piuttosto che per restaurarli, … egli parrebbe quasi un uomo divino. Furono crudeli? e non furono a Sansevero e a Gragnano crudeli anche i francesi? Il generale Vatrin non fu egli peggiore? Che importa se egli operò per una causa che non è la nostra? … compì atto di straordinaria audacia, … per la causa in cui credeva.

Michele Pezza (è il 14 agosto del '99), sposa Fortunata Rachele di Franco, da cui avrà tre figli: Carlo (1802), Ferdinando (18 marzo 1803) e Maria Clementina (1805), nessun erede diretto. Dopo pochi giorni parte alla volta di Roma: è comandante dell'ala sinistra dell'esercito borbonico. I gradi di colonnello arriveranno di lì a poco. All'umile bastaio di Itri è riconosciuta la lealtà alla corona e l’indomito coraggio.

L'ira fu il suo debole, scrisse il Patriarca di Venezia La Fontaine, ricordando   Michele Pezza 130 dopo.

All'apice della notorietà, occupata Albano, per futili motivi fa uccidere il sindaco Bianchini dai suoi uomini. Da testimonianze rese a mano di notaio rivive l'ordine imperioso e sinistro di Frà Diavolo:  lesti con la seggia, che sarebbe servita per legare e fucilare il malcapitato. L'arresto alle porte di Roma, dove gli fu proibito di entrare per i saccheggi e le uccisioni cui si dettero i suoi uomini, rimanendone coinvolto, fu un'altra macchia. La fuga rocambolesca a Palermo, dove la

magnanimità dei sovrani lo salva ancora una volta, anzi, al grado si aggiunse la 

nomina a Governatore di Itri.

Per alcuni anni vive come un comune borghese, spesso rincorso dai debitori per le spese sostenute durante l'assedio di Gaeta.

Il cardinale Ruffo oscurato per alcuni anni è inviato come ambasciatore a Roma, di nuovo repubblicana, per incontrare Massena. La missione è un fallimento. Ci sarà ancora gloria per lui; nel 1808 quando Napoleone lo vorrà a Parigi per mettere a punto la liberazione di Pio VII. Il conferimento della Legion d'Onore di quarto grado sarà il premio per l'accorta opera di mediazione. Ritornerà nel 1815 nel governo dello Stato Pontificio.

La seconda invasione così detta napoleonica del 1805 ripropone lo stesso dramma del 1799, con la sistematica sottrazione di denaro e l'impoverimento del nostro patrimonio artistico. I furti di Napoleone sono legittimati da clausole che imponevano anche il pagamento con opere d'arte, in parte recuperate grazie alla mediazione dello scultore Antonio Canova. 

Con la seconda invasione Michele Pezza è tra i primi a tornare in campo, dopo il nuovo proclama del Re e la costituzione dei Corpi volanti, dei quali diventa responsabile in Terra di Lavoro. Il Re ordina di non opporre resistenza alle truppe del Massena e s'imbarca di nuovo alla volta Palermo. Maria Carolina rimane a Napoli nell'inutile tentativo di sollevare il popolo come avvenne nel '99. Il 15 febbraio raggiunge anch'essa Palermo.

Giuseppe Bonaparte senza difficoltà si insedia sul trono Napoli, il Regno cambia

padrone senza cambiare assetto politico. La Repubblica napoletana era solo un ricordo. All'invasione resistono le fortezze di Gaeta e Civitella del Tronto, sarà questa la prima a capitolare.

Michele Pezza con i fratelli e i suoi uomini si rifugia a Gaeta comandata dal principe d'Assia Philippstahl. Le parti si sono invertite, questa volta sono i francesi a

 porre l'assedio. Frà Diavolo esce continuamente dalla roccaforte e ingaggia aspri combattimenti con gli assedianti. Saliceti, astuto ministro della Guerra e di Polizia, tenterà di coinvolgerlo in una trama oscura per screditarlo; circolò voce che stava tentando un accordo con lui dietro lauto compenso, perché agevolasse nottetempo l'ingresso dei francesi in Gaeta.

Dopo duecento anni ho avuto modo di confutare, nel mio lavoro, quel disegno di Saliceti, con tesi per nulla fantasiose grazie ai documenti prelevati dall' Archivio di Parigi. 

Per quelle calunnie Michele Pezza è allontanato da Philippstahl. S'imbarca per Palermo con i fratelli. Ferdinando e Carolina non dubitano della sua fedeltà. Ritorna in campo con l'appoggio dall'ammiraglio Sidney Smith, sbarca a sorpresa ad Amantea sulle coste calabre, mette in fuga la guarnigione polacca e nomina un governatore. Va a Maida per incontrare il generale Stuard, che il 4 luglio

del 1806 sconfigge i francesi in una battaglia campale dando il via alla rivolta delle popolazioni calabre.

Il fervore di Michele Pezza nel coinvolgere le popolazioni del mezzogiorno

d'Italia, durante la seconda invasione francese è straordinario. Parea avesse il dono dell'ubiquità ha scritto qualcuno. Si susseguono scontri sanguinosi con azioni violente da ambo le parti.

È di nuovo Frà Diavolo! Con altri capi massa scrive un'altra pagina memorabile  dell'Insorgenza in quelle terre.

Gaeta dopo cinque mesi d'assedio capitola. Il nuovo comandante Hoz si arrende. Era il 18 luglio. Di lì a quattro mesi, con il susseguirsi di azioni sanguinose e temerarie, Michele Pezza passa dalla terraferma al mare; raggiunte le isole pontine, libera i galeotti di Santo Stefano e sbarca a Sperlonga. Supera Itri va in quel di Sora. La città cinta d'assedio viene espugnata dal generale D'Espagne. Fu data "Carta bianca" ai soldati. La città patisce violenze inaudite. Frà Diavolo riesce a fuggire con quattrocento uomini, lasciando nelle mani del nemico il suo carteggio, dal quale emerge inequivocabile la sua attività di comandante e i contatti avuti con i maggiorenti dei paesi di Ciociaria e Abruzzi.

Altro che brigante! Dalla lettura dei documenti emerge la figura di un comandante al quale le popolazioni credevano ciecamente, anche se continuamente decimate dalle incursioni francesi. Questa è microstoria, ma evidenzia i suoi meriti  al servizio di una causa.

Al maggiore Hugo, che si era distinto nella guerra di Vandea, furono assegnati diecimila uomini perché mettesse fine alle gesta dell'itrano. Dopo 24 giorni e mille peripezie lo presero, ma solo per delazione.

Un oscuro cerusico di Baronissi lo denunciò, fu chiamato poi “Frà Diavolo” per averlo fatto arrestare. Immagino che quel nomignolo sia stato un fardello molto pesante da portare, specie dopo la Restaurazione del 1815.

Napoleone aveva ripetutamente sollecitato la cattura di Frà Diavolo. Mentre entrava trionfante a Berlino, dovette esultare in cuor suo per l'avvenuta

esecuzione comunicatagli dal fratello Giuseppe.

La vita di Michele Pezza ha termine l'11 novembre del 1806; a nulla servì l'interessamento degli inglesi e del rivale Hugo perché fosse riconosciuto come militare. Era un brigante come gli insorti della Vandea! Andava eliminato con una doppia sentenza: soppressione della sua identità e soppressione della vita.

Sono sempre stato perplesso sulla eroicità di Frà Diavolo. Ma ritengo che sia eroe chi interpreta il popolo assumendone il coraggio e vincendo la viltà. Non furono né vili né paurosi i nostri insorgenti perché, battendosi per una causa, pagarono con la vita.

Oggi è giusto conferire loro la pietas che meritano e trasmettere alle future generazioni la memoria di tanto sacrificio. Essi difesero un patrimonio di tradizioni millenarie; struttura portante della loro esistenza intrisa di quei valori che si

erano consolidati in 1800 anni di cristianesimo.

Michele Pezza ovvero Frà Diavolo, gettandosi alle spalle un passato inquieto, si riscattò difendendo luoghi e tradizioni cui era legato, insorgendo contro i soprusi di un esercito invasore di uno stato sovrano. La lealtà dimostrata sino alla morte verso il suo Re, è, per me, motivo sufficiente per riscattarlo dal giudizio severo della storia.


 

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