Fiore di Loto
Trova spazio su www.visitaitri.it, tra i vari amici del mondo culturale, un giovane che in qualche modo è legato alla terra d’Itri, Mattia Antogiovanni. Impegnato in altro campo, come riportato nel profilo della quarta di copertina, sin da giovanissimo ha espresso in versi stati d’animo e aspirazioni, guardando con criticità tutto ciò che lo circondava. Il tutto è nella raccolta Fiore di Loto. L’hanno tenuto a “battesimo”, presentandolo per questo suo primo impegno, alcuni personaggi della cultura. Non mancano espressioni d’incoraggiamento a coltivare la passione per la poesia. P.P.
La copertina: elaborazione grafica della pittrice Anna Maria Zoppi.
Introduzione
Per anni ho cercato rifugi, provando le cose più assurde. Un giorno mia madre mi disse di scrivere qualcosa, qualsiasi cosa avesse per me un senso per liberare le angosce adolescenziali che allora mi tormentavano. È così che trovai il mio scoglio, in una penna e un foglio bianco. Sì, sono ancora tra quelli che usano la biro e i quaderni. Un po’ come i vecchi diari, su cui si annotavano i pensieri. Iniziai per gioco e non smisi più. Perché? Facile rispondere, meno è capire. Scrivere è un’azione semplice, consistente nel tirare giù parole e concetti che non necessariamente abbiano un senso reale. Scrivere per me nasce come un gioco, poi è diventata un’esigenza. È una valvola di sfogo, un modo per raccontarsi e cacciare via i propri demoni. È un mezzo, tra i più potenti, per condividere con gli altri le proprie verità.
All’interno di Fiore di Loto, raccolta di vari componimenti di età giovanile, riporto le mie esperienze, i miei dubbi e tutte le incertezze tipiche di quegli anni. Racconto in versi ciò che è stato e cosa ho compreso da ogni situazione. Squarci di verismo di un giovane alla ricerca della sua identità. Viviamo tutti un po’ col Velo di Maya sul viso, assopiti dal timore di dichiararci al mondo. Oggi tolgo quel velo. Felice. Spero che coloro che mi leggeranno capiscano i disagi dei miei primi vent’anni, teso alla ricerca di una dimensione sognata, tipica dell’età giovanile di tanti miei coetanei.
Sento il dovere di ringraziare coloro che hanno dato un senso ai miei versi, direi un valore aggiunto. In primis al poeta Leone D’Ambrosio, critico letterario e autore di varie opere pluripremiate. La sua Prefazione è la chiave di lettura che i versi vogliono esprimere. Ha colto il senso del mio disagio giovanile. Lo ringrazio per le parole di incoraggiamento.
A Davide Manzi, fumettista, autore di vari testi di personaggi e luoghi della Terra Aurunca, tra gli artisti più noti del panorama laziale, per aver arricchito con alcune sue splendide tavole il mio lavoro. Le stesse rivelano visivamente ciò che è racchiuso nei miei versi. Grazie per quanto creato con la sua arte. Alla pittrice Anna Maria Zoppi per la splendida elaborazione grafica della copertina.
A p. Giuseppe Comparelli, già docente di Teologia e Filosofia, saggista e poeta (vincitore del Premio Internazionale la “Grolla d’Oro di Eduardo”) va la mia riconoscenza per aver arricchito questa raccolta di poesie con la sua dotta postfazione.
E infine al mio amato nonno, Pino Pecchia, i ringraziamenti per la buona riuscita di questo libro, legata ai suoi consigli, alla sua mano d’autore e alla profonda conoscenza dei temi e tecnicismi legati alla composizione di opere scritte. M. A.
FIORE DI LOTO di MATTIA ANTOGIOVANNI
PREFAZIONE
Le poesie che compongono Fiore di loto di Mattia Antogiovanni, giovane poeta al suo esordio, riportano a uno squarcio temporale della giornata, la notte, quando il silenzio libera da consunte contaminazioni e il poeta è solo con il suo luogo e il suo pensiero. Così, lo spazio, ma soprattutto ciò che gli sta attorno incarnano una realtà tutt’altro che metaforica.
Il poeta scruta, scandaglia il suo stato d’animo, fino a toccare il fondo. Questa sua malinconia è piuttosto tormentata e ribelle come quella del poeta maudit francese Charles Baudelaire. Tant’è che egli stesso lo dichiara in una sua lirica: Sono maledetto/come Baudelaire.
Ecco, Mattia si muove, o meglio muove la sua intuizione, la sua ispirazione in questo spazio unitario, nel suo territorio sentimentale. Anche se il più delle volte, cupo e chiuso, ma con una immaginazione sintonica e mai menzognera. D’altronde, lo si può evincere proprio dai versi della lirica Autoritratto:
Volo basso e vedo meglio,
come sotto al palco.
Non mi fermo, ma continuo
e se cado riparto.
Il mio autoritratto.
Che cos’è la poesia se non l’occasione del vivere. Dunque, Antogiovanni ci propone una poesia dello smarrimento, delle imperfezioni del vivere del mondo di oggi. E, se per Giuseppe Ungaretti la poesia si mostra come forma di ricerca interiore e di comunicazione diretta con l’anima umana- io credo- che Mattia con la raccolta Fiore di loto ci sia riuscito.
I versi di Mattia Antogiovanni, comunque, non appartengono a nessun codice grammaticale, a nessuna melodia, ma raccontano il reale, il disagio dell’ uomo che non sa più comunicare. Allora, può salvarci la poesia? Sì, può salvarci dalla confusione che viviamo, dal dramma sociale e dal consumismo. Anche se inutile - come sosteneva Eugenio Montale - la poesia è ancora possibile.
Ma torniamo alla poesia di Mattia Antogiovanni che sa di mistero e che racchiude in sé il buio di una illuminazione quando dice che soltanto in mezzo ai demoni poi riconosci gli angeli. Allo stesso modo, il fiore di loto, che dà il titolo alla raccolta, simbolo della purezza e della bellezza, nasce e cresce in acque stagnanti e fangose. E proprio questo contrasto emerge nella poesia di Mattia. Alla stessa maniera egli si sente come Zeno Cosini della Coscienza che non riesce a smettere di fumare. E quell’ultima sigaretta diventa anche per lui la sua malattia, la sua nevrosi.
Mi piace chiudere questa mia nota d’incoraggiamento con una poesia molto intima e toccante dedicata al suo caro amico (lo chiama fratello) Riccardo, morto prematuramente. Ecco:
Mentre ti aspetto
giù a Trastevere.
E l’ansia che va.
Sto marciapiede
è un posacenere.
E quanti ricordi,
che ho gettato
nel fiume.
LEONE D’AMBROSIO
Postfazione
LA POETICA di MATTIA ANTOGIOVANNI
Ogni raccolta di poesie è come un osservatorio sullo scenario della vita e ogni poeta ne fissa un suo angolo originale senza mai esaurirne i segreti. Mattia Antogiovanni affida le sue impressioni, entro categorie che sono varianti di un orizzonte culturale che potremmo accostare a parametri postmoderni.
Tracce di eclissi di senso alternate a spunti di riscatto sulle delusioni e le negazioni del confronto con gli urti della vita emergono e si dissolvono. È appunto la vita, in quello che offre, che promette e che sottrae, a dispiegarsi in questi versi. Non è tanto la natura, i contesti urbani e gli affanni sociali a ispirare Mattia. Sono i contatti umani e le registrazioni interiori dell’assoluta esistenza a sorgere nell’animo con sfumature che mutano fino al contrasto. E allora il lettore incontra dialoghi con una presenza risolutrice spesso chiamata in causa, oppure uno sdegno, oppure un rammarico per ciò che appare inaccettabile: il colmo per un poeta è perdere le parole. Talvolta è il dubbio sull’efficienza della propria tenuta umana di fronte a prospettive mancate: forse sono stato poco scaltro. Se il mondo è questo/forse ho sbagliato posto. Fino a qualche parentesi fatalista: la vita è così/ti bacia o ti infanga. Unitamente a una dose di realismo, un distacco solipsista e disincantato. Anche questa è poesia.
Allora si rifugia in se stesso, un ritorno di schema romantico, tra vittimismo e titanismo: ignorare certa sorte e reagire con un sussulto ribelle, accettare o respingere gli imprevisti con criterio istintivo.
Mattia privilegia i riflessi delle relazioni e degli sguardi ambientali da cui trae il senso mutevole dei riflessi emotivi. Non manca qualche occhiata di ironia che è più propria dell’età matura e qui promette bene.
Ma può sempre ripresentarsi quel rischio di “perdere le parole” se si allude a qualche scacco, a quel muro di non senso che avverte il pensiero contemporaneo: sono dannato dalla nascita. Oppure: prendo una cartina per evadere dal mondo. Qui il è il mondo come “sistema” che viene rifiutato quando l’ambivalenza tra promesse e ostacoli non incoraggia a osare.
Si profila così un aspetto contraddittorio della cultura attuale: la solitudine come scelta e come prodotto dell’individualismo. L’autoaffermazione in senso etico gioca ossessivamente tra autonomia e senso di esclusione, una combinazione di contrasto attivo e passivo. Solo la poesia è in grado di sentirlo e viverlo in una sintesi empatica. Soprattutto l’età giovane sperimenta questa abitazione insoddisfatta da cui ama distanziarsi qualificandone i tradimenti.
Del resto, anche le analisi sociologiche chiamano in causa la povertà formativa impotente a indicare valori orientativi già dall’offerta scolastica.
Sorprende, però, il fatto che Mattia trova ripari all’ombra di risorse che potremmo additare nell’ethos familiare quando si libera dalle strette angoscianti: se cado riparto. Perché cadendo ho capito/l’importanza dei miei passi.
Sulla scorta di questi segnali espliciti Mattia non si fa adottare dal nichilismo postmoderno (in cui milita tanta poesia e narrativa corrente) e cioè quella nube cognitiva inerte e riluttante, etica e metafisica.
E questo anche quando sembra lambire qualche suo “vuoto”: Non riesco ad uscire da questo perenne/senso di immenso/vuoto da colmare. Forse sto per affondare. Il nichilista non avverte la sconfitta, la vive come condizione, un regime che Mattia non sopporta: se cado riparto. Anche nel fango sopravvivo come un fiore di loto.
Non cede ad avversità tali da abbattere quel patrimonio di umanità che prevale dopo ogni collisione. Lo sorregge anche lei che è la quiete dopo ogni tempesta. Tu che sei il mio scoglio in questo mare di inganni.
È frequente il passaggio da uno stato involutivo alla percezione di un chiarore leggero: un modo che trasformi/in ali la malinconia.
Malinconia: qui appare questa categoria che è una costante della poesia classica e non sembra assimilabile a una dotazione quasi militante come l’animo che spira in questi versi. Lo stare solo nel senso di aver diserbato il proprio spazio di vita da ogni insidia, ogni prigionia: Non riesco più a star bene/se non quando resto solo. Solitudine, libertà appaiono soluzioni vincenti nel caos quotidiano, per stabilizzare/l’entropia del mio cosmo.
L’analisi di tanti sentimenti in queste composizioni è la struttura stessa della poetica di Mattia. Quello che E. Montale definiva “correlativo oggettivo” come appoggio alle risonanze ispirate, qui è tramutato in “soggettivo” e gestisce provenienze nascoste e attive. Allora occorre la parola scritta per verificare il proprio centro di elaborazione e ciò che preme nella mente. È una comunicazione necessaria prima ancora che sia condivisa perché il poeta la declama a se stesso. È qui il senso della gratuità della poesia che non cerca consenso e approvazione perché è auto verificante, non dimostrativa come le argomentazioni della prosa.
Nonostante tutto è anche un soccorso civile, da sempre, perché è anche voce di ciò che brulica inconsapevolmente nella società e non approda al cinismo dello spettacolo con ricadute economiche, come la narrativa. Ma la fruizione anche casuale e solitaria crea esperienze culturali che nutrono persone e progetti. Omero, Virgilio, Dante, non sono soltanto poeti, ma archetipi di civiltà, figurazioni concettuali del mondo e della vita.
Dunque, una raccolta cui auguriamo successo, senza permetterci valutazioni definitive perché è l’inizio di un esercizio che evolve anche nel confronto con il linguaggio attuale. A questo proposito Mattia non ama tecnicismi lessicali, né locuzioni criptate. Indulge alla rima, come costuma certa canzone popolare. A volte il testo sembra improvvisato e di getto come nel criterio delle arti visive. Il verso moderno non ha canoni d’obbligo e ama più i contenuti schietti che il decoro formale.
p. Giuseppe Comparelli
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Tavole di Davide Manzi
da LATINA OGGI – Zapping Cultura & Tempo libero, 26 marzo 2025
Mattia Antogiovanni Poesie per raccontarsi
L’esordio - Il giovane fondano pubblica il suo primo libro
In copertina Anna Maria Zoppi e le tavole di Davide Manzi
SIPARIO
Esordio letterario per Mattia Antogiovanni, giovane poeta di Fondi, nipote d’arte – il nonno è lo storico fondano Pino Pecchia – poco più che trentenne, con una raccolta di 130 pagine, edito da Arti Grafiche Kolbe di Fondi, dal titolo "Fiore di Loto". Il volume è arricchito, inoltre, dalla copertina dalla pittrice Anna Maria Zoppi e all’interno le poesie sono accompagnate dalle splendide tavole del fumettista Davide Manzi.
Le poesie che compongono "Fiore di Loto" di Mattia Antogiovanni, riportano a uno squarcio temporale della giornata, la notte, quando il silenzio libera da consunte contaminazioni e il poeta è solo con il suo luogo e il suo pensiero. Così, lo spazio, ma soprattutto ciò che gli sta attorno incarnano una realtà tutt’altro che metaforica. Il poeta scruta, scandaglia il suo stato d’animo, fino a toccare il fondo. Questa sua malinconia è piuttosto tormentata e ribelle come quella del poeta Charles Baudelaire.Ecco, Mattia Antogiovanni si muove, o meglio, muove la sua intuizione, la sua ispirazione in questo spazio unitario, nel suo territorio sentimentale. Anche se il più delle volte, cupo e chiuso, ma con una immaginazione sintonica e mal menzognera.
Che cos’è la poesia se non l’occasione del vivere. Dunque, Mattia Antogiovanni ci propone una poesia dello smarrimento, delle imperfezioni del vivere del mondo di oggi.
Una poesia che sa di mistero e che racchiude in se il buio di una illuminazione quando dice che soltanto in mezzo ai demoni poi riconosci gli angeli. Allo stesso modo, il fiore di loto, che dà il titolo alla raccolta, simbolo della purezza e della bellezza, nasce e cresce in acque stagnanti e fangose.
"A questo proposito – scrive nella sua nota Padre Giuseppe Comparelli – Mattia non ama tecnicismi lessicali, né locuzioni criptate. Indulge alla rima, come costuma certa canzone popolare".
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CANALE 7 Free
Fondi, “Fiore di Loto” la Poetica di MATTIA ANTOGIOVANNI
Esordio del giovane poeta di Fondi Mattia Antogiovanni con la raccolta intitolata “Fiore di Loto”. Il testo riporta la prefazione del poeta Leone D’Ambrosio e la postfazione di p. Giuseppe Comparelli. È arricchito da quattro splendide tavole del fumettista di Itri Davide Manzi. La copertina è una delicata elaborazione grafica riferita al titolo della pittrice Anna Maria Zoppi.
Mattia Antogiovanni ha conseguito la Laurea in Scienze dei Servizi Giuridici presso l’Università degli Studi Roma Tre, con Master di I° livello in Security e Intelligence, discutendo la tesi “Questioni di fine vita: commento all’ordinanza n. 207 del 2018 della Corte costituzionale” (sentenza Cappato).
Ha iniziato l’attività lavorativa quale Consulente del Lavoro, è iscritto presso l’Ordine provinciale di Roma. Pubblicista di cronaca per il periodico online “La notizia della sera”, è membro della Commissione di Certificazione dei contratti di lavoro, e Conciliatore.
Le sue poesie raccontano storie vissute in età adolescenziale. La lirica – come si legge dal profilo in quarta di copertina -, “Trastevere”, inserita nella raccolta, ha avuto la “menzione di merito” al 19° Concorso Internazionale di Poesia presieduta da Giuseppe Aletti e Alessandro Quasimodo. Poesia inserita nel volume: RESPIRO 2024 di AA.VV. Aletti Editore 2024.
Leone
D’Ambrosio a tal proposito, ne ha colto lo stato d’animo scrivendo: “… Mi piace chiudere questa mia nota
d’incoraggiamento con una poesia molto intima e toccante dedicata al suo caro amico (lo chiama fratello) Riccardo,
morto prematuramente. Ecco”: … Mentre ti aspetto giù a Trastevere. E l’ansia che va. Sto marciapiede è un posacenere. E quanti ricordi, che ho gettato nel fiume.
Le poesie del giovane poeta al suo esordio, continua D’ambrosio, riportano a uno squarcio temporale della giornata, la notte, quando il silenzio libera da consunte contaminazioni e il poeta è solo con il suo luogo e il suo pensiero. Così, lo spazio, ma soprattutto ciò che gli sta attorno incarnano una realtà tutt’altro che metaforica.
Il poeta scruta, scandaglia il suo stato d’animo, fino a toccare il fondo. Questa sua malinconia è piuttosto tormentata e ribelle come quella del poeta maudit francese Charles Baudelaire. Tant’è che egli stesso lo dichiara in una sua lirica: Sono maledetto/come Baudelaire.
“Ecco, Mattia si muove, o meglio muove la sua intuizione, la sua ispirazione in questo spazio unitario, nel suo territorio sentimentale. Anche se il più delle volte, cupo e chiuso, ma con una immaginazione sintonica e mai menzognera. D’altronde, lo si può evincere proprio dai versi della lirica” Autoritratto: Volo basso e vedo meglio, come sotto al palco. Non mi fermo, ma continuo e se cado riparto. Il mio autoritratto.
Antogiovanni scrive nell’Introduzione a Fiore di Loto: “… riporto le mie esperienze, i miei dubbi e tutte le incertezze tipiche di quegli anni. Racconto in versi ciò che è stato e cosa ho compreso da ogni situazione. Squarci di verismo di un giovane alla ricerca della sua identità. Viviamo tutti un po’ col Velo di Maya sul viso, assopiti dal timore di dichiararci al mondo. Oggi tolgo quel velo. Felice. Spero che coloro che mi leggeranno capiscano i disagi dei miei primi vent’anni, teso alla ricerca di una dimensione sognata, tipica dell’età giovanile di tanti miei coetanei.”
P. Comparelli ne interpreta gli stati d’animo e nella sua nota scrive: … E allora il lettore incontra dialoghi con una presenza risolutrice spesso chiamata in causa, oppure uno sdegno, oppure un rammarico per ciò che appare inaccettabile: “… il colmo per un poeta è perdere le parole”. Talvolta è il dubbio sull’efficienza della propria tenuta umana di fronte a prospettive mancate: … forse sono stato poco scaltro. Se il mondo è questo/forse ho sbagliato posto. Fino a qualche parentesi fatalista: la vita è così/ti bacia o ti infanga.” Unitamente a una dose di realismo, un distacco solipsista e disincantato. Anche questa è poesia. Mattia privilegia i riflessi delle relazioni e degli sguardi ambientali da cui trae il senso mutevole dei riflessi emotivi. Non manca qualche occhiata di ironia che è più propria dell’età matura e qui promette bene.
La Redazione
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